Quando nel novembre 2022 è arrivata ChatGPT, in molti hanno avuto la sensazione che l’intelligenza artificiale fosse appena nata. Una cosa nuova, improvvisa, un po’ inquietante.
Quello che in pochi sanno è che l’AI era già nelle nostre mani da almeno quindici anni. Non te ne accorgevi perché non aveva una faccia, non ti rispondeva, non scriveva poesie. Lavorava in silenzio dentro le cose che usiamo ogni giorno. ChatGPT (e in seguito Gemini, Claude e le altre) non ha portato l’intelligenza artificiale nella nostra vita, ha solo acceso la luce in una stanza che frequentavamo al buio.
Il telefono che tieni in mano
Sblocchiamo lo schermo soltanto guardandolo. Dietro quel gesto c’è un sistema di riconoscimento facciale che ha imparato a distinguere il nostro viso da migliaia di altri, e a riconoscerlo anche con gli occhiali, la barba di tre giorni, la luce sbagliata.
Scriviamo un messaggio e la tastiera ci suggerisce la parola successiva prima che la pensiamo. Sbagliamo a digitare e il correttore aggiusta. Dettiamo un vocale e diventa testo. Scattiamo una foto in controluce e il telefono la sistema da solo, decide dove mettere a fuoco, separa il volto dallo sfondo nella modalità ritratto. Apriamo la galleria e ritroviamo tutte le foto di nostra madre raggruppate, senza che abbiamo mai scritto il suo nome da nessuna parte.
Nessuna di queste cose è programmata a mano, riga per riga. Sono tutte forme di apprendimento automatico, la stessa famiglia di tecnologie che oggi chiamiamo AI con tono solenne. La differenza è che prima nessuno si è mai sentito minacciato in qualche modo.
La voce che risponde
Siri è del 2011. Alexa del 2014. Vuol dire che in molte case un assistente vocale risponde alle domande, accende le luci e mette la sveglia da prima che la parola “intelligenza artificiale” entrasse nelle nostre conversazioni.
Sono rimasti volutamente nell’ombra: gli assistenti vocali capiscono il linguaggio naturale, lo stesso su cui lavora ChatGPT, ma facevano un passo solo. Una domanda, una risposta. Non conversavano, non ricordavano, non sapevano costruire un discorso. Per questo nessuno li ha vissuti come una rivoluzione. Eppure dentro c’era già il seme di tutto quello che oggi ci sembra nuovo.
Chi decide cosa guardi
Apriamo Netflix e troviamo un elenco di titoli scelti per noi. Spotify ci prepara una playlist il lunedì mattina con canzoni che non conosciamo ma che, spesso, ci piacciono. YouTube manda in coda il video dopo, e poi quello dopo ancora, fino a quando alziamo gli occhi e sono passate due ore.
Non sono scelte casuali e non c’è una persona che le fa. C’è un sistema che ha studiato cosa guardiamo, quando smettiamo, cosa saltiamo, cosa riguardiamo. E lo stesso vale per l’ordine dei post su Instagram, su TikTok, su Facebook: quello che vediamo per primo non è il più recente, è quello che un algoritmo ha calcolato ci tratterrà più a lungo sulla piattaforma.
Questa parte vale la pena dirla con chiarezza: l’AI che ci consiglia un film è la stessa che decide quanto tempo passiamo sui social. Lo strumento è neutro, l’obiettivo no.
Le cose noiose, quelle che funzionano
C’è poi tutta l’intelligenza artificiale che non è né affascinante né preoccupante. Fa solo il suo lavoro, e lo fa così bene che è diventata invisibile.
Il filtro antispam che tiene pulita la casella di posta decide centinaia di volte al giorno cosa è spazzatura e cosa no. Google Maps ci dice che ci metteremo venticinque minuti e di solito ci azzecca, perché incrocia il traffico di migliaia di telefoni in movimento in quel momento.
Sono i casi più riusciti, paradossalmente, proprio perché non ci pensiamo mai. L’intelligenza artificiale fatta bene non si nota.
L’AI che parla altre lingue
Lavoro con le parole, anche in altre lingue, e nella traduzione questo passaggio si vede particolarmente bene. L’AI nella traduzione ha una data di svolta precisa: il 2016-2017. Fino ad allora i traduttori automatici lavoravano per pezzi, accostando blocchi di frase già visti altrove. Il risultato erano quelle frasi a scatti, grammaticalmente storte, di cui ridevamo. Poi Google e DeepL sono passati alla traduzione neurale: invece di incollare pezzi, il sistema prova a cogliere il senso dell’intera frase prima di renderla. Da lì la qualità è salita di colpo.
Oggi quella tecnologia è ovunque, spesso senza che la chiami traduzione: i sottotitoli automatici di YouTube, il tasto “traduci” sotto un post, le recensioni di un prodotto estero che leggiamo già in italiano.
Perché ce ne siamo accorti solo adesso
Se l’AI era già ovunque, perché ChatGPT ci ha colpiti così?
Perché per la prima volta l’abbiamo vista in faccia. Siri rispondeva a comandi, ma non conversava. Netflix sceglieva per noi, ma non ci spiegava perché. Tutta l’intelligenza artificiale di prima era nascosta dentro i prodotti, al servizio di qualcos’altro. Con ChatGPT è diventata essa stessa il prodotto: ci parliamo direttamente, ci risponde, e improvvisamente la sentiamo.
Ma c’è già un passo successivo, e vale la pena darne un accenno.
Finora l’intelligenza artificiale si era fermata alle parole: le chiedevi una cosa, ti rispondeva, poi toccava a te. Gli agenti AI rompono questo confine. Non si limitano a rispondere: agiscono. Eseguono compiti in più passaggi, usano altri programmi, prendono decisioni intermedie senza che tu segua ogni mossa.
In concreto, vuol dire un’AI a cui non chiediamo più “scrivimi le istruzioni per prenotare un volo”, ma “prenotami il volo”. Un assistente che non ti suggerisce cosa fare, ma lo fa.
È la differenza tra un consiglio e un’azione, ed è il salto più grande dai tempi di Siri. Cambia anche la posta in gioco: una risposta sbagliata la correggi, un’azione sbagliata l’hai già fatta. Per questo, più l’AI diventa capace di agire al posto nostro, più conta sapere cosa le stiamo delegando.


